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Ma basta parlare di noi, parliamo d'altro.

25 anni fa, Vasco.



25 anni fa, Vasco.

Quand’ero un ragazzino, 18 anni, mille novecento ottantotto, l’ho disegnato così, manolibera, inchiostro di china spessore 0,2 mm.

Mentre lui andava al massimo, io procedevo piano, mettendoci 30 ore, diluite in un mese.

Sullo stereo i vinili giravano, io stavo ricurvo sul grande tavolo in salotto, rubacchiando le mezz’ore ai compiti.
Silvia e Jenny danzavano, Alba respirava piano per non far rumore, Alfredo aveva le sue colpe, mentre il tempo intanto creava eroi.
Vasco mi usciva dalle mani mentre entrava nelle orecchie, e questa è poesia, oppure brivido.

Vasco mi è entrato nel sangue e lì ci è rimasto, vicino alle cose che contano, che fanno star bene, che danno energia.
Quando osservo il quadro 70×100, mi passa davanti quel periodo: ogni lineetta è un momento, un ricordo, un’azione.

Forse dopo un quarto di secolo (di pigrizia e scuse sul tempo che manca) ricomincio a disegnare?

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